Un microcosmo in un macrocosmo

Il mio incontro con l’associazione Genitori Insieme è iniziato circa tre anni fa.
Ho conosciuto i miei compagni di avventura dopo aver peregrinato per anni, in cerca di risposte e di un riconoscimento del mio dolore.
Tutto era iniziato il secondo anno di scuola superiore del mio secondo figlio. Sarcasticamente sarebbe più esatto dire del mio ‘piccolo’, non perché lo fosse, ma perché con me fingeva un atteggiamento infantile da richiamare all’appello di qualsiasi madre, pure quella meno attrezzata emotivamente.
Il trasferimento dalla nostra città di origine, e negli anni successivi la separazione legale dal padre, avevano favorito la mia particolare inclinazione per i sensi di colpa, quindi rendendomi più vulnerabile e incline ai sì diseducativi. Successivamente la travagliata e catastrofica separazione legale ha creato una prima rottura del rapporto con mio figlio. F. approfittando di quell’enorme falla ha cominciato a muoversi in maniera compulsiva, fuori dalle regole, senza nessun impegno serio, reclamando un diritto ad una vita libera dalle mie imposizioni, reputando di averne diritto perché aveva subito un torto di cui solo io ero l’unica responsabile.
I momenti di convivialità presto divennero un campo di battaglia.
Il silenzio ostile, il cappuccio calato sugli occhi, lo sguardo nel piatto che rifiuta. Evasivo, silenzioso, irritabile. Le notti fuori casa che si allungavano sempre di più.
E io sempre più piccina, sempre più colpevole e sempre più dentro le sue parole. Parole che smentivano i sacrifici che avevo fatto per crescerli. Parole che pensavo fossero vere. Io l’unica responsabile di questa vita che li privava delle risorse di prima, sempre più poveri, sempre più in trincea nella guerra contro il padre.
Il primo segnale forte della sua deviazione è arrivato dalla scuola, luogo nel quale aveva cominciato lo spaccio e l’uso di cannabis. Era diventato una specie di clown che per farsi accettare nel gruppo beffeggiava i docenti e gli tirava in faccia le cose. In un consiglio di classe, che sembrava il tribunale dell’inquisizione, mentre si decideva la sua punizione piangevo come una bambina per la mortificazione, non consapevole di quante lacrime avrei ancora versato. A giugno arriva la sua bocciatura, e con essa la fine della sua innocenza e della sua onestà. In casa cambia tutto. Ho cominciato a chiedermi perché parlava e strascicava le parole, perché dormiva tanto durante il giorno, perché la sua camera era diventata un porcile. Mi chiedevo cosa facesse tutte le notti fuori casa, con chi fosse, dove prendesse i vestiti firmati che diceva di avere scambiati con gli amici.
Ogni richiesta di spiegazione diventava una violenza, un’arringa di parolacce, calci e pugni alle cose, tanto da farmi pensare che era diventato matto o che facesse uso di altre droghe oltre alla cannabis.
Una richiesta continua di soldi, e denaro che spariva dal portafoglio ma che attribuivo alla mia distrazione, un’insistenza continua per avere i monili d’oro del suo battesimo.
Alla fine il puzzle si costruisce. Prima la sua collana, e poi dopo aver visto dove tenevo i preziosi ha sottratto quello che restava dei ricordi di suo fratello e dei miei. I vestiti firmati non erano uno scambio fra amici ma furto nei negozi, così come un po che nascondeva dentro l’armadio che aveva rubato sul treno, e le collanine d’oro che scippava nei vari eventi per finanziare la vita dissoluta che ormai conduceva. Non riuscivo a crederci. Ma chi era diventato? A tratti il mio piccolo affettuoso che mi baciava e mi illudeva della svolta, a tratti un volgarissimo delinquente spinto solo dalla pulsione per il denaro. Lui insieme a quel branco, lo scarto del mio quartiere, quei giovani di cui nessuno si vuole occupare, che la scuola lascia indietro perché scomodi, che le strutture e la società tutta vorrebbe che non esistessero. Lui in mezzo a loro come un agnellino e vittima sacrificale.
Lui capace di profanare casa, di mettere a rischio me e suo fratello.
Così per anni, i suoi occhi posseduti dal demonio e le mie urla che si confondevano con le sue minacce.
“Ti rovino, ti faccio arrestare insieme a me, non potrai più lavorare e sarà la tua fine. Fallita, cogliona, prima o dopo la trovano in casa e pagherai per aver rovinato la mia vita, quella di mio fratello e di mio padre. Tu che vuoi far credere di essere una santa, invece sei una ladra perché hai sottratto la casa a mio padre, l’hai portato a Genova con l’inganno per poi lasciarlo. Lui coglione come te che spende tutti i soldi per gli avvocati per farvi guerra. Dovete morire.” E così fra una discussione e l’altra e un cacciarlo fuori casa più volte, continuano i traffici prima in casa e poi sempre più lontano fino a varcare i confini di altre nazioni. E poi quel rapporto malsano con la sua ragazzina spregiudicata come lui, picchiandosi come se fosse normalità.
E proprio nel momento in cui stavo crollando, guidata da un’amica, conobbi la dottoressa Dolcino del centro My Space. Mi ricevette in consultorio e per la prima volta, dalla voce di una professionista le mie paure prendono forma. I fatti, che avevano creato diffidenza nei familiari, tradotti come esagerazioni di una madre, adesso avevano un nome.
E proprio il My Space, considerata la mia condizione di solitudine, mi ha indirizzata all’associazione Genitori Insieme.
Dopo un colloquio preliminare con il mediatore del gruppo, che ringrazio sempre per la sua sensibilità, inizia questo lungo sodalizio con i miei compagni di viaggio.
Ironicamente mi piace immaginarlo come una specie di matrimonio che funziona bene. Una zona confortevole, dove finalmente ci si spoglia di quegli abiti e quelle scarpe strette che sono il pregiudizio.
È proprio nel gruppo che ho incastrato i tasselli di questa brutta storia, diventando una protagonista consapevole.
Non ho risolto i miei problemi. Mio figlio nel frattempo è peggiorato.
È stato arrestato due volte e denunciato dalla sua ragazza per maltrattamento.
Penso a questi episodi gravissimi e provo un grande senso di morte. Un dolore cocente, il senso della fine. Al mio gruppo devo il sostegno in questi anni difficili, a loro devo il senso critico e costruttivo.
Se oggi riesco ad accettare mio figlio e vederlo nelle sue fattezze e non più come l’agnellino buono, è grazie ai mie compagni di viaggio.
A loro devo la forza che mi fa rialzare ogni volta.
La condivisione della sofferenza come punto di partenza, in cerca di quell’equilibrio che ci faccia riacquistare dignità come genitori.
Non è stato facile navigare in quelle acque torbide senza saper nuotare. Ognuno con le proprie storie difficili, forti, inverosimili ma cariche di quella umiltà e umanità da toccare il cuore. Una medicina in questi anni bui. La mia piccola comunità di ascolto, privilegiata e carica di spiritualità come nella preghiera che unisce e in quell’amore infinito per i propri figli.
E proprio da quell’ascolto, dalle loro esperienze che il fallimento come madre ha assunto dei connotati meno drammatici. È con loro e attraverso loro che ho imparato a sentire meno il senso di colpa che mi divora, a rimodulare gli eventi in fretta. Ma soprattutto quello che ho trovato in loro è il senso di umanità e di appartenenza.
Un microcosmo in un macrocosmo di indifferenza.