Nostro figlio è stato adottato e quando, da molto piccolo, gli raccontavo la sua storia, era sotto forma di favola.
Mi piace ricordare questi momenti unici, davvero come una favola… perché lo è stata, perché ho desiderato che la sua vita cambiasse in meglio… che potesse raccontare un giorno la sua storia, malgrado tutto a lieto fine… ma tutto si è interrotto precocemente.
La causa di tutto non so neppure adesso cosa sia stato: se proprio la sua storia, l’adolescenza, le difficoltà familiari che ci sono state… o forse tutte queste cose insieme…
Tutte queste cose che rendono ancora più fragile un ragazzino che ha troppa fretta di crescere.
Abbiamo cominciato con problemi scolastici, con amici di scuola che sono cambiati, che si sono sostituiti con nuovi pseudo-amici, e poi, piano piano, l’allontanamento da noi… dalla famiglia.
Ci siamo sentiti persi, inadeguati, impotenti, soli, a comprendere quel meccanismo assurdo e pericoloso che stava manipolando mio figlio: si stava perdendo e non se rendeva conto. Solo dopo… molto dopo.
Siamo stati tutti soli. Tutti preoccupati e concentrati su noi stessi: mio figlio a sperimentare una vita pericolosa e noi a capire o a non capire cosa stava succedendo in casa nostra.
Fa ancora male, farà sempre male, ripensare, che poi è come rivivere, alle bugie, ai furti subiti, alle giornate e alle notti fuori casa e ai ritorni… e che ritorni… li ho paragonati a quelli degli animali quando tornano dopo le battaglie: feriti, circospetti, bisognosi di cure, per poi riprendersi e ripartire verso le solite battaglie.
Sono passati anni così… fino a che, dopo l’ennesima fuga dall’ultima comunità e dopo averlo allontanato da casa, ho ceduto… sì, sono andata a “riprendermelo” per toglierlo dalla strada, dalla morte e per assicurarmi e assicurargli un’altra opportunità.
Nonostante il mio comportamento sia stato fortemente sconsigliato, ora mi ringrazio di aver agito col cuore e con il mio istinto.
Riprendere una vita famigliare, anche se per pochi mesi, dopo anni di “solitudine”, non è stato semplice ma non lo sarebbe neanche ora. Lui è cambiato, noi anche, si ha bisogno di spazio, di autonomia, di libertà che è stata assaporata, anche se malamente, e a cui non si vuole rinunciare…
Da 3 anni convive e vive una vita abbastanza serena. Lavora.
La serenità è labile. Ci sono up and down continui, in cui l’umore spazia dall’allegria alla tristezza in un batter di ciglia.
Noi, io, sento l’alternarsi del suo umore… non riesco ancora bene a tenermi distaccata, mi fa male sentire la sua voce cosi funerea e allo stesso tempo non posso consolarlo perché le parole in quei momenti non sono ascoltate, recepite. Ecco, in quei momenti, vorrei urlare ai quattro venti tutta la mia frustrazione e il mio dolore che tornano a galla cosi come il senso di inadeguatezza.
Ma noi siamo con lui e per lui. Lo sappiamo tutti e tre. Inevitabile.
Noi genitori vorremmo godere di questa serenità, ma è difficile lasciare andare quello che abbiamo vissuto, è stata una sofferenza, vero, ognuno (genitori e figlio) ha reagito e ha combattuto strenuamente per riuscire ad uscirne… e lo facciamo ancora tutti i giorni.
Gli anni peggiori, rappresentati da quel tempo di mezzo, come l’ho soprannominato, in cui ho “perso” mio figlio, li abbiamo passati soli confidando solo ed esclusivamente su noi stessi, sulle nostre capacità o non capacità. Non per prepotenza o per eccessiva sicurezza, ma perché nessuno è stato in grado di indicarci una via adatta da seguire oltre a non voler condividere il problema con “estranei”. Era davvero un dolore enorme
parlarne serenamente e per me, in quel momento, avrebbe significato ammettere una sconfitta.
Dopo anni, parlando con un’amica, ho scoperto G.I.
Da qui è iniziato tutto. È iniziato il nostro percorso, dove abbiamo riscoperto la semplicità in ogni sua forma, la serenità nel condividere il nostro problema e la fiducia in noi stessi. Oltre a scoprire, o ad ammettere, che le famiglie coinvolte sono davvero tante… siamo tristemente tanti.
Certo, non è stato semplice ripercorrere il nostro dramma, perché è un dramma… ricordare le notti insonni per seguire nell’immaginario i suoi passi nella notte, ricordare i litigi oppure quei momenti di raro accudimento che mi era permesso appena arrivato oppure prima di andare via…
Dimenticare è impossibile, e queste esperienze che nessuno vorrebbe vivere, sono convinta che ciò nonostante servano mettendo alla prova la nostra resilienza: genitori e figli. Sì, perché anche e soprattutto loro, i figli, quelli che riescono a “svoltare”, sono forti ma non ci credono, non fino in fondo.
Ringrazio i Facilitatori che ci hanno aiutati ad arrivare fino a qui, e che ci aiutano, con tanta schiettezza e con tanta generosità e comprensione.
Ci siamo sentiti inizialmente pesci fuor d’acqua, la sensazione che si prova quando non si conosce nessuno, non si sa cosa aspettarsi e non si sa da dove e come cominciare. E bastato presentarsi per rompere il ghiaccio e parlare a ruota libera… Anche se io, poi, confesso che la notte non ho dormito.
Mio marito è sempre stato il mio appoggio e il più determinato a contrastare le azioni di nostro figlio: io invece quella che più si è sentita in discussione nella gestione del rapporto madre-figlio.
Ogni tanto mi si ricorda di com’ero, e di come sono diventata grazie agli incontri.
Insicura prima e più consapevole del mio comportamento, oggi.
Lo dicono loro… ci devo credere… per me, per mio marito e per A.
Grazie. Grazie. Grazie.
